martedì 14 aprile 2015

I Bismouch. Quando la Musica si Tinge di Vintage


Sono in quattro, si chiamano Bichmouch, e propongono al pubblico milanese un insolito repertorio da caffè chantant e cabaret, che pesca a piene mani sia dal repertorio francese, con tra gli altri i classici di Edith Piaf e Charles Trenet, e da quello tedesco con Kurt Weil.

Un repertorio innovativo e insolito nel panorama milanese, un progetto nato quando vintage e burlesque non erano termini diffusi e fashion come invece accade oggi. 

Eccoli.  Ve li presentiamo. 

Raccontateci qualcosa di voi. Chi siete? Dove vi producono?

Al momento siamo in quattro: Bichette (voce), Mouchette (pianoforte), Buddy (tromba, flicorno) e Sonam l’Accordeoniste (fisarmonica). Ognuno di noi porta al gruppo la sua dose di professionalità e di passione e anche le sue abilità organizzative. Non abbiamo un agente, ma come “macchina da guerra” funzioniamo piuttosto bene, proprio perché siamo diversi e ognuno di noi è riuscito a trasformare questa diversità in valore aggiunto (passami questo brutto termine aziendalista!). La diversità non è solo caratteriale, ma riguarda anche i percorsi musicali: Bichette e Mouchette hanno una formazione prevalentemente classica, mentre Buddy e Sonam sono musicisti jazz… la cosa bella – veramente bella – è come tutto ciò finisca con l’integrarsi perfettamente. Niente di scontato, visto che classica e jazz finiscono spesso e volentieri per fare a pugni e guardarsi in cagnesco. 

 Come nascono i Bismouch? 

 I Bichmouch – come idea – sono nati molto tempo fa, durante un viaggio a Parigi in cui Mouchette e Bichette si posero la fatidica domanda: “perché non creiamo un gruppo che riproponga i classici della musica francese, tipo Edith Piaf e Charles Trenet?” Ai tempi la domanda suonava balzana, perché il vintage – musicalmente parlando – non andava di moda come oggi. Noi, però, ci abbiamo provato lo stesso. Abbiamo iniziato con le canzoni francesi e poi è venuto tutto il resto: Kurt Weill in primis, seguito a ruota da alcuni classici del vecchio jazz, Charlie Chaplin, Britten, Satie, Piazzolla.

   

Come mai avete scelto questo repertorio?

Bella domanda: potrei rispondere ribaltando la frittata e dicendoti che in realtà non siamo stati noi a scegliere il repertorio, ma è stato il repertorio a scegliere noi. Al di là di questo, credo che ogni “bichmouch” abbia la sua risposta personale… Quello che ti posso dire, è che non c’è stato un calcolo: come ti dicevo, oggi il vintage va di moda ma noi, la nostra scelta l’abbiamo fatta qualche anno fa… quando, se proponevi al gestore di un locale di fare uno spettacolo con canzoni di Edith Piaf, quello ti guardava come se fossi un pazzo di catena! Cosa vi piace del palcoscenico? C’è un pizzico di panico prima di entrare in scena? Il panico direi di no… almeno, non ora: tutt’al più un bel po’di adrenalina, misto a una giusta dose di istrionismo, che non guasta mai. Del palcoscenico ci affascina soprattutto l’interazione tra noi e il pubblico: l’energia – o la magia – che riesce sempre a cambiare un pezzo da cima a fondo, trasformandolo ogni volta in qualcosa di nuovo.

   

 Progetti per il futuro? 

Per il futuro abbiamo diversi progetti: in primis quello di incrementare il nostro repertorio con nuovi pezzi. Piazzolla, in questo senso, è stata una new entry che ci ha consentito di sviluppare nuove idee… quella, per esempio, di un programma intitolato “Ultimo tango a Parigi”. Niente di osé – per carità! – semplicemente un calibrato mélange tra il repertorio francese e il tango d’oltreoceano.

   

 @Antonietta Usardi

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