giovedì 3 marzo 2016

Otto marzo, otto donne a Milano: Antonia Pozzi.

Troppo sensibile per resistere all’odio che travolse i suoi giovani anni. 

Antonia Pozzi proviene da una famiglia illustre di Milano: Roberto, il padre, è un famoso avvocato, apprezzato dal regime fascista, Lina, la madre, discende da Tommaso Grossi, scrittore e poeta, amico di Carlo Porta e Alessandro Manzoni. 

Antonia cresce in un ambiente colto e raffinato, che le permette di integrare gli studi, condotti al liceo ginnasio Manzoni, con viaggi in Italia e all’estero e con la pratica di diversi sport tra cui, il preferito, l’alpinismo. 

Ha un carattere delicato ma aperto sul mondo, sull’umanità come sulla natura, incredibilmente gentile e generosa; ma sotto quest’aspetto fragile, si muove una grande forza creativa che si esprime nella poesia come nella fotografia. 

Al liceo viene travolta dall’amore, corrisposto, per il suo professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; i due innamorati condividono l’amore per la conoscenza, per l’arte, per la poesia; Antonia vede nello sguardo del professore una profondità d’animo che l’affascina e a cui non riesce a restare insensibile. 

Ma la loro relazione è fortemente ostacolata dalla famiglia di Antonia, specie dal padre che ingiunge a Cervi di abbandonare la figlia; il professore, forse, non è così forte come Antonia pensa e si fa trasferire a Roma. 

La fine della loro relazione segna per sempre la giovane poetessa che è costretta a rinunciare alla “vita sognata” e la spinge ad intensificare la sua attività poetica; la poesia diventa la sua “voce profonda”, la strada per ritrovare se stessa, il suo destino: “vivo della poesia come le vene vivono del sangue”. 

Si iscrive in Statale, facoltà di Lettere e Filosofia, e studia con docenti di grande prestigio come Antonio Banfi e Giuseppe Antonio Borgese e stringe amicizia con Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Alberto Mondadori e Dino Formaggi

Viene apprezzata come studiosa, è amata per il suo carattere dolce, ma quasi del tutto ignorata per la sua poesia: la sua voce, vibrante, originale, rimane inascoltata, solo in quanto voce femminile.

Eppure la sua poesia, le sue parole, riescono a dare peso e sostanza alle immagini, infondendo tutto il sentimento che prova nelle cose e liberando il suo animo oppresso dal dolore; per Antonia la poesia ha il compito sublime “di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo”. 

Parallelamente coltiva la sua passione per la fotografia con l’intento di riuscire a cogliere nelle cose, nelle persone e nella natura il sentimento che vi si nasconde, per dargli quell’eternità che la realtà con il suo trascorrere del tempo non permette nemmeno di intravedere; Antonia compone numerosi album fotografici e ogni pagina è un manifestarsi della poesia attraverso le immagini e uno sguardo sull’anima della fotografa poetessa. 

Antonia risente del clima politico di quegli anni, soffre terribilmente per le leggi razziali che colpiscono alcuni dei suoi più cari amici, spingendoli a partire, come Paolo Treves; si sente mortificata dal padre estremamente autoritario e l’unico modo che ha per esprimere la propria ribellione è la poesia. 

Non a caso il padre quando scopre le poesie della figlia, alla sua morte, decide di distruggerne parecchie, di modificarne altre perché da lui giudicate immorali e inadatte al ricordo che vuole si abbia della figlia. 

Sull’animo di Antonia si sommano i dolori personali, il non aver superato l’abbandono del suo amato Cervi, la mancanza di un riconoscimento della sua poesia, e quelli della società, la scoperta della povertà a Milano, a Corvetto e Porto di Mare, tenuta ben nascosta dal fascismo, il dolore per le guerre in Etiopia e in Spagna. “Io prima sapevo che c’è tanto male nel mondo, ma così, a priori: non l’avevo mai toccato con le mie mani, veduto negli occhi di quelli che credevo fratelli. Ora, io l’ho veduto. E sono rimasta completamente sola, staccata da tuttu, per salvare me e gli altri. Ed ho tanta pietà per tutti”.  

Ma la sua vita sembra procedere secondo la normalità che si addice alla giovane figlia di una famiglia milanese altolocata: in realtà Antonia cova nel suo animo un abisso di dolore, un profondo dramma esistenziale che nulla riesce a placare, nemmeno il lavoro come insegnate all’Istituto Tecnico Schiapparelli. 

Proprio da qui, il 2 dicembre 1938, Antonia Pozzi si allontana in bicicletta e si dirige verso l’abbazia di Chiaravalle; qui giunta si suicida, a soli ventisei anni: assume dei barbiturici e si stende nel prato antistante l’abbazia, distrutta da una “disperazione mortale”. 

@Stefania Cappelletti

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