lunedì 7 marzo 2016

Otto marzo, otto donne a Milano: Onorina Brambilla Pesce

Un sorriso dolce e aperto, uno sguardo profondo ma sempre vigile, Onorina, detta Nori, ma conosciuta anche come “Sandra” ha fatto tanto per Milano, ha messo in gioco la propria vita per Milano e l’Italia. 

Onorina è nata e cresciuta in un quartiere popolare di Milano a Lambrate, chiamato i “Tre Furcei” dal nome di una trattoria che si trovava lì, “Le Tre Forchette”: tutti conoscevano tutti, la gente si aiutava a vicenda, i bambini giocavano per strada, in un clima di grande solidarietà. 

Sono gli anni del fascismo e la famiglia di Nori vive in difficoltà e sotto controllo in quanto antifascisti: suo padre Romeo era socialista e si era rifiutato di prendere la tessera del fascio, rimanendo spesso senza lavoro; Maria, la madre di Nori, aveva un carattere ribelle e insegnava alle figlie a dubitare della propaganda del regime. 

Nori inizia a lavorare a quattordici anni come dattilografa e proprio sull’ambiente di lavoro entra in contatto con un’altra realtà: stringe amicizia con una collega, Delfina Della Bitta, che le confida di essere comunista e nel volgere di poco tempo le presenta altri compagni. 

Quando il 25 luglio 1943 cade il fascismo, Nori gira per Milano e vede le esplosioni di gioia dei milanesi, le loro rivolte, uomini e donne che in massa distruggono le sedi del fascio, incuranti persino dell’arrivo dei carri armati a Porta Venezia per bloccare queste manifestazioni di giubilo. 

Inizia da questo momento l’attività clandestina di Nori che entra a far parte dei Gruppi di Difesa della Donna tramite Vera Ciceri: il primo compito che le viene assegnato è quello di distribuire la stampa clandestina dopo il lavoro o la domenica, attività non esente da rischi visto che si rischiava il carcere anche solo se trovati in possesso di un volantino. 

Nori ha sempre sottolineato come furono le donne a compiere i primi gesti di Resistenza quando, con l’8 settembre, si trovarono ad aiutare tutti i giovani e i soldati sbandati che cercavano di scappare e nascondersi dai tedeschi e dall’obbligo di dover entrare nell’esercito invasore. 

Onorina però vuole fare di più, vuole essere più attiva e chiede di poter andare in montagna insieme alle Brigate partigiane; riesce ad entrare in una formazione partigiana, ma non in montagna: diviene staffetta nei Gap, Gruppi di azione patriottica, al comando di “Visone”, Giovanni Pesce, un incontro che cambierà la vita di Nori, d’ora in poi nome di battaglia “Sandra”. 

I compiti di "Sandra" sono diversi e pericolosi: non deve solo fare da collegamento tra la divisione gappista e il comando, ma anche trasportare armi ed esplosivi in una città in mano ai nazisti, individuare e indicare le spie e i delatori ai partigiani della sua brigata, accompagnare e appoggiare nelle azioni il comandante “Visone”. 

Sandra” è una ragazza molto carina, gli uomini la notano e la corteggiano e, grazie alla sua bellezza riesce a salvarsi da alcuni rastrellamenti e, una volta, si vede persino aiutare da due soldati a portare le sue borse pesanti, piene di esplosivo, in cambio della promessa di un appuntamento a cui non si presenterà ovviamente mai. 

Ma è proprio un delatore, infiltrato nei Gap, a causare l’arresto di “Sandra” che viene imprigionata e torturata dai nazisti nel carcere di Monza: continuavano a chiederle chi e dove fosse “Visone”, ma lei riesce a resistere e non confessa nulla. 

Dopo mesi di reclusione viene mandata nel dicembre 1944 al campo di concentramento di Bolzano, un campo di transito da cui partono i treni per i campi di sterminio in Europa; siamo quasi alla fine della guerra e, per fortuna di “Sandra”, i nazisti hanno smesso di far partire i convogli delle donne verso Auschwitz, Birkeanu, Bergen-Belsen. 

Sandra” non si arrende neanche in questo luogo terribile, nonostante i pidocchi, la fame e il freddo; un’infiammazione all’orecchio la rende sorda per settimane, lasciandole problemi per il resto della sua vita; riesce ad andare a lavorare fuori dal campo nella caserma della Wehrmacht e ciò le garantisce delle razioni di cibo migliori, che spesso condivide con le sue compagne di prigionia. 

Sandra” ha capito che per sopravvivere bisogna mantenere la propria dignità, non lasciarsi abbruttire, preservare la propria umanità e il senso di solidarietà tra gli uomini. 

Quando i nazisti abbandonano il campo per fuggire prima dell’arrivo dei partigiani e degli Alleati, il 1°maggio, “Sandra”, insieme ad un gruppo di compagni, non riesce ad aspettare che vengano organizzati i pullman per tornare a casa e decide di incamminarsi tra le montagne e i boschi per raggiungere Milano. 

Arriva nella sua città sette giorni dopo, proprio mentre in Piazza del Duomo sfilano le Brigate partigiane, uomini e donne che festeggiano la tanto attesa Liberazione. 

E finalmente, dopo tanto tempo, “Sandra” riabbraccia la sua famiglia e il suo comandante “Visone”, finalmente Nori si riunisce a Giovanni

C’è voglia di vita, di progettare il futuro, di cambiare la società e migliorarla e su quest’onda di entusiasmo e di comunanza di sogni, il 14 luglio Nori e Giovanni si sposano, un matrimonio che durerà tutta la vita. 

L’attività di Nori non si conclude con la Liberazione: non è capace di stare con le mani in mano: lavora nei sindacati fino a diventare dirigente nazionale della Fiom – Cgil, fa attività nelle scuole per tramandare la memoria della Resistenza e raccontare la deportazione, lavora nell’Anpi, nell’Aned e nell’Anppia; viene nominata presidente onorario dell’Aicvas

Il Generale Alexander le rilasciò il “Certificato al Patriota”, l’Esercito Itaiano le ha conferito la Croce al Merito di Guerra per la sua attività partigiana e il Comune di Milano le ha consegnato la Medaglia d’oro di Benemerenza Civica per aver difeso i valori civili e la democrazia. 

Nel 2010, un anno prima della sua morte, viene pubblicata la sua autobiografia, scritta insieme a Roberto Farina, che raccoglie nei dettagli la sua testimonianza di quei giorni terribili e frenetici, pieni di voglia di riscatto e di desiderio di libertà e democrazia, vissuti intensamente da questa giovanissima milanese, così minuta che veniva soprannominata “Topolino”, ma incredibilmente forte, tenace e battagliera. 

@Stefania Cappelletti

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